Usama ibn Munqidh, emiro di Shaizar vissuto in pieno XII secolo, era un colto viaggiatore, un politico senza scrupoli ma anche un arguto e spirioso autobiografo. Nel suo scritto egli narra, fra molte altre cose, anche questa:
«quando visitavo Gerusalemme, ero solito entrare nella moschea di al-Aqsa, a fianco della quale c'era un piccolo oratorio da cui i Franchi avevano ricavato una chiesa. Quando entravo dunque nella moschea di al-Aqsa, dov'erano insediati i miei amici Templari, essi mettevano a mia isposizione quel piccolo oratorio per compiervi le mie preghiere. Un giorno entrai, recitai la formula
Allah akbar ("Allah è grande") e mi disposi a iniziar la preghiera quando un Franco mi si precipitò addosso, mi afferrò e, obbligandomi a volgere la faccia a Oriente, mi disse: "Così si prega". Subito intervennero alcuni Templari, lo bloccarono, lo allontanarono; e io potei raccogliermi di nuovo per la preghiera. Ma quegli, colto un loro momento di distrazione, mi si buttò di nuovo addosso volgendomil faccia a Oriente e ripetendo "Così si prega". I Templari intervennero di nuovo, lo allontanarono e si scusarono con me dicendo: "E' un forestiero arrivato in questi giorni dal Paese dei Franchi: non ha mai visto nessuno pregare, se non con la facia volta a Oriente"».
Il racconto di Usama ci pone dinanzi a una vera e propria "società coloniale"
avant la lettre: una moschea trasformata in chiesa dove però dei monaci cristiani hanno ricavato un oratorio per i musulmani; dei monaci-cavalieri, che hanno il dovere della battaglia a oltranza contro gli islamici nella loro regola monastica, e che un musulmano chiama "i miei amici Templari"; e quegli "amici Templari" che, rivolti a un Siriano, lo trattano per certi versi da compatriota definendo invece "forestiero" il cristiano occidentale giunto di fresco dall'Europa.